Sei genitore di un figlio (o una figlia) al quale piace lo sport? Ti siete mai chiesto(a) qual è il tuo atteggiamento “a bordo campo”, come lo percepisce tuo figlio e quale messaggio pensi di comunicare?

Secondo gli ultimi dati divulgati dal Coni (Comitato Olimpico Nazionale Italiano, triennio 2013-2016) la percentuale dei giovani (tra i 6 e i 24 anni) che pratica sport in maniera continuativa è in costante crescita. Ciò significa che un numero sempre maggiore di genitori accompagna i propri figli a un allenamento.

Fino ai 5 anni l’incontro dei bambini con l’attività fisica si sviluppa nella scuola dell’infanzia soprattutto attraverso il gioco: si fa movimento per imparare a esprimersi. In tale contesto, l’attenzione è rivolta a rendere il bambino consapevole, da un lato delle proprie emozioni e di ciò che accade nel suo corpo, dall’altro della possibilità che il proprio movimento, ritmato a quello degli altri, può farlo entrare in sintonia con il gruppo permettendogli di sperimentare emozioni nuove.

Dai 6 anni in poi, è possibile iniziare la pratica sportiva che, però almeno nei primi tempi, dovrebbe rappresentare un’attività ludico-motoria attraverso la quale divertirsi e sperimentarsi. E’ durante questo periodo che il bambino impara ad applicarsi negli allenamenti in modo costante grazie all’entusiasmo derivante dalla pratica, da una sempre maggiore capacità di controllo dell’impulso a muoversi, a focalizzare l’attenzione su una determinata attività insieme a un maggiore adattamento alle situazioni nuove. Inoltre, si confronta con un contesto sociale più ampio – rispetto a quello familiare – e con diverse regole e metodi educativi.

Il ruolo del genitore, particolarmente in questa fase (e, di solito, fino ai 15-16 anni), si figura come indispensabile e insostituibile. Innanzitutto, al genitore è richiesta pazienza e disponibilità nell’accompagnare, aspettare e riprendere il figlio dalla palestra, dalla piscina, dal campo d’allenamento, etc.; ancora, dovrà riuscire a concordare i tempi da dedicare allo studio e ai compiti; infine, dovrà investire economicamente in rette e sostegno alle attività.
A livello psicologico, la presenza stimolante (ma non ossessiva rispetto al risultato) e di supporto del genitore costituiscono le basi per una sana e gratificante vita sportiva del figlio. La famiglia induce attitudini positive nei confronti dell’attività motoria quando i genitori praticano sport, trascorrono molto tempo libero con i figli, sono convinti che l’attività fisica faccia bene alla salute e, infine, credono che frequentare corsi di avviamento allo sport abbia effetti positivi sulla socializzazione.

Cosa possono fare, quindi, i genitori per stimolare la pratica dello sport?

  • Preparare a essere sportivi senza distinzione di sesso: bambini e bambine – e così pure ragazze e ragazzi – devono essere coinvolti allo stesso modo nell’intraprendere uno sport
  • aiutare a individuare lo sport preferito
  • non dimenticare che lo sport aiuta a crescere e non a vincere. Lo sport deve insegnare a impegnarsi, migliorarsi, mettersi alla prova, stringere rapporti sociali, assumersi responsabilità e viversi come membro di una “comunità” nella quale vigono diritti e doveri per ciascuno
  • incoraggiare sempre, anche quando i figli sono demotivati o pigri, per aiutarli a non cedere di fronte alle prime difficoltà
  • infondere il rispetto nei confronti sia delle persone (compagni, avversari, allenatore, arbitro, pubblico, etc.) sia dei luoghi in cui si pratica (campo, spogliatoio, etc.)
  • non sottovalutare gli impegni scolastici, che devono procedere di pari passo all’attività sportiva: la scuola prevede impegno, sacrificio e costanza continui al pari dello sport
  • verificare che l’attività sportiva non interferisca con il riposo e una sana alimentazione: gli allenamenti possono risultare molto intensi, a volte, quindi bisogna prevederne una corretta definizione in termini quantitativi e qualitativi.

D’altra parte, taluni atteggiamenti e comportamenti sarebbero da evitare da parte dei genitori perchè influiscono negativamente sul benessere emotivo e sportivo dei bambini e dei ragazzi e sul livello di autostima – in modo particolare quando l’attività sportiva si trasforma in attività agonistica (quando cioè si partecipa a gare, incontri e competizioni):

  • cercare il proprio riscatto nella realizzazione sportiva del figlio
  • sottintendere o dire direttamente “non sei capace” e/o “non sei portato
  • decidere il tipo di sport da praticare
  • fare paragoni con fratelli e/o sorelle o con compagni di squadra o avversari
  • soffermarsi sul risultato odierno senza dare rilevanza al processo e all’impegno profuso nel corso degli allenamenti
  • interferire con le regole e le scelte dell’allenatore
  • non controllarsi durante le gare e/o le partite e urlare o inveire contro il proprio figlio che ha commesso un errore, contro gli avversari, l’arbitro, l’allenatore, etc.
  • entrare nello spogliatoio o in campo
  • rimproverare a fine gara.

 

Infine, se è vero che l’attività sportiva rappresenta un aiuto alla crescita personale, bisogna che si inserisca armonicamente tra gli impegni settimanali del bambino e/o del ragazzo. Sarebbe auspicabile, quindi, evitare di sobbarcarlo di impegni settimanali come, per esempio, più tipi di sport o attività: ciò rischia di essere controproducente sia perché non si avrebbe “tempo libero”, un tempo cioè in cui è concessa la libertà di pensare e decidere cosa fare, un tempo in cui si impara a rinunciare, sia perché verrebbe meno la possibilità di riposare adeguatamente per sostenerli tutti.

In conclusione, il genitore, in qualità di figura di riferimento primaria, dovrebbe farsi portatore di una serie di messaggi positivi e cioè: che lo sport è veicolo di valori umani fondamentali come il rispetto e la tolleranza, che la vittoria è conseguenza di un duro lavoro, che non conta solo il risultato ma anche la motivazione e l’impegno.

 

 

Sitografia

www.coni.it

www.coni.it/images/1-Primo-piano-2017/CONIok2017.pdf